CONDIVIDERE LA VITA NEL TERZO MILLENNIO: UTOPIA REALIZZABILE?

Condividere, vocabolo tanto antico e banale quanto attuale e pieno di significato. In un gioco di parole potremmo scomporlo in:  con e dividere, ad indicare il dividere con qualcuno o qualcosa. In questo gioco starebbe l’ipotetica banalità di questo termine.

L’attualità, senza che questa volta richiami il gioco di parole, ha coniato termini che contengono il prefisso CO: co-operare, co-progettare, co-abitare, co-esercitare, co-gestire, etc. così sono nati, senza disdegnare un certo approccio da  slogan: cooperativa, cohousing, coworking, coprogettazione, etc. Se volessimo approfondire ulteriormente, possono essere utili termini correlati alla condivisione (dal vocabolo inglese share-sharing): car-sharing, byke-sharing, home-sharing, etc., tutti coniati per esprimere la voglia di condividere parti della propria vita con altre persone al punto da pensare a un sharing-life: condivisione di vita. Un sito web interessante propone la condivsione della figura della mamma (www.mammasharing.com).

Senza titolo2Indiscutibilemnte si è in perfetto accordo con Antonio Galdo che nel suo libro “L’egoismo è finito –  La nuova civiltà dello stare insieme”  edito nel 2013 da Einaudi, afferma che “la Grande Crisi marca la fine di un paradigma, di un pensiero unico, e ci spinge alla ricerca di nuovi fondamentali, non solo economici. In questo senso l’egoismo è finito. E’ finito perché come diceva Aristotele: non si può essere felici da soli. Il cambio di paradigma ….non è solo un’aspettativa del futuro: è già in atto”.

Senza titolo3Il nuovo paradigma di cui parla A.Galdo è quello che abbandona l’ ”io” per prendere il “noi” a fondamento delle iniziative personali di vita, delle strategie di gruppo, comunità e di vita civile, raramente istituzionale e politica, nonostante le premesse cosituzionali della nostra Repubblica. Dice A.Galdo: “Per decenni abbiamo rimosso il desiderio vitale di stare insieme rinunciando all’energia sprigionata da una comunità quando prendono corpo i legami che saldano persone e cose, luoghi e identità, interessi e sentimenti. Tutto è ruotato intorno all’io, escludendo il noi, e l’egoismo è diventato la principale leva dei nostri comportamenti individuali e colletivi. Ma l’egoismo non può funzionare come bussola di una civiltà”. Siamo in perfetto accordo!

Nella coltivazione del noi ci convincono soprattutto due fenomeni attuali: la condivisione delle idee in rete e la condivsione dell’abitare. La rete, non tanto per scandire le proprie idee in rete con accenti aspri, dibattiti sitgmatizzati ancora dall’io che prevale o imposizione di pensieri e vedute all’altro da noi che sta nella rete, quanto la possibilità di offrire alla condivisione un pensiero personale che può essere recepito e arrichito dall’ “altro” per un arricchimento e sviluppo ulteriore e farne scaturire un nuovo pensiero comune condiviso. É sempre valida l’affermazione che se scambiamo una moneta con l’altro ad ognuno rimane sempre una moneta, ma, se scambiamo un’idea-pensiero con l’altro alla fine entrambi diveniamo possessori di  due idee-pensiero e una nuova idea pensiero: il pensiero condiviso o compartido come esprime in maniera più cogente il fratello idioma spagnolo. Ed è anche il nostro pensiero.

Compartido
soffocati dalle certezze
proviamo a spogliarci
delle illusioni
senza tunica
riemergendo nel mare
degli altri
risanati e inesplosi
felici di essere
spogli
ma condivisi

Del vivere insieme e del condividere l’abitare ne abbiamo fatto la nostra ragione di esistere come gruppo e associazione nella stessa rete. Ci accomuna con gli altri la voglia di pensare ad un altro abitare che non sia esclusivo, benchè rispettoso dell’intimità personale nel proprio abitare-allogio. Un altro abitare che sia condiviso in alcuni spazi utili e funzionali alla socializzazione e a pezzi di vita quotidiana da condividre per socializzare col noi  il momento della lettura, dello svago e tempo libero, dell’aggiornamento di notizie, dell’apprendere cose nuove, del lavorare agli hobby, del fare volontariato, dello scambiare esperienze, etc. Ma anche un condividere e scambiare servizi alla persona che ci sta affianco, con le persone e per le persone con le quali viviamo nelle nostre abitazioni e condomini. Nulla di nuovo rispetto alle iniziative presentate con le “storie di persone altruiste” del libro di A.Galdo: persone che condividono luoghi, trasporti, spazi, viaggi, persone che provano una nuova agricoltura in città (orti urbani)  e con gli orti nei grattacieli (grattaverdi).

A noi di Abitaresociale, piace pensare, in accordo con Galdo, che  si possa andare ancora più in là, verso nuove condivisioni tra età,  famiglie, verso nuovi rapporti tra generazioni e famiglie,  in nuovi modi di con-vivere e non solo di co-abitare, nuovi modi di fare famiglia tra anziani e giovani coppie, tra anziani e giovani studenti-lavoratori, tra famiglie e persone “fragili”, in famiglie solidali per il “dopo di noi”. Insomma una riappropriazione del noi collettivo e compartecipato disperso negli anni, nei rivoli del personalismo rampante e dell’autoaffermazione del capitalismo egoista che ha sposato il catastroficamente profitto, di cui la crisi internazionale di oggi ci sta dando sempre più certezza. Dall’egoismo al noi-smo, se non fosse che il suffisso “ismo” indica aspetti devianti rispetto al preffisso cui è abbinato. Ci basti il termine condivisione o compartir dei fratelli spagnoli.

Così è Abitaresociale. Promozione  della cultura dell’abitare sociale con servizi a…la persona, con… la persona e per… la persona in una integrazione di competenze, saperi e responsabilità ma in una medesima condivisione delle stesse per una ricchezza comune. Servizi alle persone che invecchiano in abitazioni appropriate e in condivisione di spazi comuni socializzanti,  servizi con le persone anziane e giovani che scambiano offerta di compagnia, di saperi, di piccoli aiuti quotidiani, servizi per le persone che necessitano di organizzare il proprio tempo libero e il meritato ozio giornaliero (dopo lavoro) o della vita (pensionamento), compreso il viaggiare e conoscere.  Per questa visione, la stessa progettazione di questo “abitare sociale” si fonda su un’analisi sociale di  aree e ambiti di interesse: i bisogni sociali strutturati della città  su cui il progetto intende intervenire,  il disagio sociale (così detto malessere demografico ), le interrelazioni problematiche correlate alle diverse esigenze delle due generazioni , giovani e anziani,  la coesione sociale e cittadina tra quartieri , la carenza di modelli innovativi di vita cittadina condivisa, carenza di modelli di governance sociale cittadina.

Schema abitareservizi

La scelta della intergenerazionalità assume connotati di voglia di coesione sociale che si coglie nelle città in accordo con le considerazioni di alcuni autori (C. Tomasini e G. Lamura,  2011) sui flussi di aiuto che si generano tra anziani e giovani (“trasferimenti intergenerazionali”) i quali si sviluppano e sono resi operativi secondo due valute che considerano sia lo spazio ( come le generazioni decidono di dividere o condividere lo  spazio abitativo), che il tempo (come le generazioni si scambiano aiuto in diverse mansioni usando del proprio tempo). Le due valute sono una buona occasione di fruttuosa solidarietà intergenerazionale utile ad entrambe le generazioni e alla città per la sua coesione sociale.

Non ultima per importanza, ma per descrizione,  la scelta dell’ “invecchiare in casa” (aging in place), scelta di campo in un mondo globalizzato fatto  di anziani che invecchia sempre di più da solo. L’invecchiamento in casa si delinea come scelta strategica in Abitaresociale,  dopo alcuni anni di scelte pubbliche e private dedicate a finanziare ed edificare strutture residenziali protette per anziani per una vera e propria istituzionalizzazione dell’anziano senza il suo consenso quando non a sua insaputa. Il progetto di Abitaresociale cerca di colmare il gap tra la casa tradizionale e il sistema delle residenze per l’anziano perché attua in maniera proattiva e non adattativa un nuovo modo di concepire l’ambiente abitativo per l’invecchiare attivamente nelle tre scale: alloggio, residenza  e quartiere per renderle coerenti con il nuovo modo di proporsi dell’anziano attivo ma anche dell’anziano fragile nella città: una città di vite condivise a tutte le età.


					
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2 pensieri riguardo “CONDIVIDERE LA VITA NEL TERZO MILLENNIO: UTOPIA REALIZZABILE?

  1. Molte cose condivisibili, qualche appunto, con scopo costruttivo e per dibattito, credo vada aggiunto: Il processo di invecchiamento non è un processo biologico uniforme, presenta accelerazioni e rallentamenti per motivi sia clinici sia sociali. E’ un processo complesso, decisamente modificabile nel suo divenire, peccato che le indicazioni preventive non siano sempre validamente applicate. Invecchiare bene è possibile, risente molto della imprevedibilità del mondo biologico (l’essere più o meno fortunati, si direbbe in campo sociale), nella longevità la presenza di un “angelo custode” fa la differenza in termini di qualità della vita.

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    1. Certamente Sergio ! Concordiamo con le tue integrazioni e ti ringraziamo della interlocuzione e del dibattito che proponi. Il tema dell’invecchiamento è complesso e non trova tutti d’accordo sul versante sociale e talvolta su quello sanitario viste le diverse teorie abproposito. Per quanto riguarda noi di Abitaresociale abbiamo scelto di occupparci di un aspetto piccolo ma importante correlato all’invecchiamento , quello dell’ “abitare” quale presupposto o “prerequisito” individuato tra l’altro dalla Carta di Ottawa per la promozione della saluta: la casa …appunto. Riteniamo che invecchiare attivamente abitando in una casa appropriata che stimola le relazioni e in situazioni di familiarità e intergenerazionalitá possa contribuire a mantenere l’anziano il più a lungo attivo e con “molti angeli custodi”. Grazie ancora del contributo .. a presto.. FPR

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