Una nuova qualità abitativa e urbana per una popolazione più longeva

Nella ricerca dell’AUSER e SPI CGIL su “Il diritto di invecchiare a casa propria: problemi e prospettive delle domiciliarità” si pone un’attenzione nuova alla dimensione abitativa e urbana nella vita degli anziani. É un importante elemento di novità che ha delle conseguenze rilevanti nell’approccio culturale e politico al tema della domiciliarità non più vista in termini di mere prestazioni sanitarie e/o sociali, ma che tenta di rispondere ai bisogni degli anziani nella loro dimensione complessiva. È del tutto evidente, infatti, che la progressiva crescita della popolazione anziana, come conseguenza dell’allungamento della vita, sta producendo mutamenti profondi nell’organizzazione sociale investendo la condizione esistenziale di un numero crescente di donne e uomini. Non stupisce, quindi, come sa bene ogni famiglia italiana che convive con una persona anziana, l’emergere di una nuova domanda di qualità abitativa[1] e urbana.

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Va subito detto che l’argomento stenta ad emergere nella sua rilevanza sociale. I decisori pubblici, in particolare, nelle diverse istanze centrali e locali, sono in grave ritardo nella percezione e comprensione delle implicazioni dei mutamenti derivanti dall’invecchiamento della popolazione e ancora non comprendono che siamo di fronte a una delle più grandi trasformazioni sociali in atto con la quale è necessario misurarsi in modo innovativo.

Venendo meno una visione politica e culturale lungimirante ci si attarda ad affrontare su un piano troppo spesso di emergenza sanitaria, quello che è un grande processo storico, destinato ad incidere profondamente nella vita sociale e che richiede, perciò, un’azione strategica di governo.

É per questa ragione che l’Associazione Abitare e Anziani[2] (AeA) sostiene da tempo l’idea di “invecchiamento attivo” come condizione di benessere personale e, insieme, come fattore di crescita sociale. É in questa idea che sta il discrimine tra un invecchiamento solo subito, mercificato, eterodiretto e, all’inverso, una possibile prospettiva di autonomia e di realizzazione di sé in un progetto di vita che si proietta oltre l’età lavorativa investendo l’intera collettività.

Per AeA parlare di “invecchiamento attivo” significa lavorare perché anche le persone “avanti negli anni” non perdano la possibilità e il desiderio di promuovere nuove esperienze di vita attiva, ben sapendo che, se favorite da condizioni esterne che non siano di impedimento, possono anche in età avanzata, continuare a coltivare speranze, interessi, propositi, nuovi progetti di vita.

E proprio per il suo profondo contenuto progettuale, di cui è portatore l’invecchiamento attivo, non va considerato solo come una delle tante “materie” dello stato sociale, quanto un punto di vista, una chiave di lettura, con cui rileggere le infrastrutture economiche, sociali, culturali, urbane maturate nel passato e rispetto a cui elaborare obiettivi politici innovativi.

Questo esercizio di rilettura critica, come base per una nuova progettualità, Abitare e Anziani lo pratica da anni sul tema della condizione abitativa delle persone anziane nella consapevolezza che “la casa” nella sua “semplicità”, è il luogo privilegiato dove, più che in ogni altro, è possibile misurare criticità, istanze e aspirazioni evolutive dell’invecchiamento attivo[3].

Questo continuo lavoro di analisi, sviluppato in particolare in collaborazione con l’Auser e lo Spi, ha consentito ad AeA di comprendere a fondo la reale condizione abitativa degli anziani, non solo nella sua specificità “edilizia”, ma più in generale nelle sue connessioni con il sistema di welfare (sanità e assistenza) tenuto conto del grande numero di anziani soli e del progressivo insorgere di limitazioni funzionali e sanitarie conseguenti al processo di invecchiamento. In relazione a questo AeA ha elaborato un primo insieme di proposte su cui richiamare l’attenzione sindacale nella sua attività vertenziale territoriale e nazionale.

Un primo quadro di riferimento

Per comprendere pienamente le proposte di AeA è opportuno richiamare alcuni dati sulle tendenze in atto nel processo di invecchiamento della popolazione e sulla condizione abitativa degli anziani. Per farlo richiamiamo sinteticamente alcuni contenuti nelle ricerche di cui alla nota 2.

Dalle analisi emerge chiaramente che la stragrande maggioranza delle persone anziane chiede di poter invecchiare nella propria casa. Questa scelta ha un valore del tutto particolare tenuto conto che in larga percentuale (80,3%) gli anziani italiani sono proprietari delle case in cui vivono. La possibilità di assecondare questa scelta (diritto), senza che sia penalizzante, dipende in larga misura dalla qualità della loro abitazione e dalla qualità del welfare di prossimità (quartiere) in cui l’abitazione è situata. È possibile affermare, purtroppo, che tanto l’una quanto l’altra condizione presentano non pochi elementi problematici in particolare per gli anziani non autosufficienti. Questo fa compiere un salto di qualità all’insieme delle politiche abitative per gli anziani e pone una seria ipoteca sul sistema italiano di Long Term Care (LTC) (sia sotto il profilo sanitario che assistenziale) in quanto rende problematico il pilastro della «domiciliarità».

Per comprendere pienamente il senso di una affermazione così decisa[4] il quadro che abbiamo di fronte presenta i seguenti caratteri:

  • diminuisce la popolazione complessiva;
  • aumenta il numero di anziani e di questi cresce la quota con limitazioni funzionali;
  • la stragrande maggioranza abita sola in case di proprietà, spesso molto grandi e funzionalmente carenti;
  • l’assistenza domiciliare in larga parte sulle spalle delle famiglie, in particolare delle donne sempre più proiettate verso il lavoro;
  • diminuisce progressivamente il ricambio dei caregiver familiari;
  • le città sono generalmente «non amiche» degli anziani;
  • il sistema dei servizi sociosanitari, in particolare, è inadeguato per cultura, consistenza, presenza territoriale;
  • il lavoro di cura informale (badantato) sempre più oneroso
  • incombente il rischio povertà per i futuri pensionati

Se questo è il quadro ed escluso che esistano altre alternative, come fare che gli anziani possano continuare a vivere tranquillamente nella propria abitazione anche in caso di limitazioni funzionali?

Dal rapporto «Anziani e casa nell’unione Europea»[5] l’orientamento suggerito è di ripensare profondamente le relazioni degli anziani con la casa e il contesto di quartiere, in particolare:

  • Adeguando ai nuovi bisogni degli anziani le tipologie e i modelli abitativi creando le condizioni per una residenzialità leggera;
  • mettendo a punto un sistema continuo di assistenza sociosanitaria nel quadro di Piani di zona integrati con la dimensione urbanistica;
  • riducendo drasticamente le infinite barriere che ostacolano la vita anche a persone nel pieno delle energie;
  • rendendo sempre più disponibili i servizi di tecno-assistenza intelligente
Le tabelle riportano dati estratti dal 2° Rapporto sulle condizioni abitative degli anziani in Italia che vivono in case di proprietà – 2015 di Abitare e Anziani. Elaborazioni AeA su dati ISTAT.

Una sfida innanzitutto culturale e politica

Come si comprende il problema non è dei più semplici. Ripensare i modelli abitativi; costruire un rapporto di coerenza tra dimensione urbanistica e dimensione sociosanitaria; abbattere le barriere; rendere smart il sistema dei servizi socioassistenziali, significa mettere le mani su materie particolarmente «sensibili» sia culturalmente, «il senso della casa» e sia politicamente, «gli interessi sottesi all’organizzazione urbana». Evidentemente non è una trasformazione che può essere realizzata in tempi brevi, richiede invece un lungo lavoro nel corpo della società, costruito sulla base di processi partecipativi sostenuti da un chiaro progetto culturale e politico.

Fortunatamente non si parte da zero. Come Associazione nel nostro lavoro di ricerca abbiamo potuto verificare come, tanto a livello europeo che internazionale, viene prestata una crescente attenzione verso la condizione abitativa degli anziani. Nell’’indirizzo di fondo di numerosi Paesi il tema della condizione abitativa e dei servizi socioassistenziali territoriali viene considerato il vero snodo delle nuove politiche di sostegno alla vecchiaia. È opinione diffusa che non si tratta solo di progettare nuovi e più numerosi servizi per anziani: nessun paese è oggi in grado di affrontare una crescita costante e potenzialmente illimitata dei servizi sociali e sanitari. Si tratta invece di realizzare città e case in modo compatibile con le esigenze dell’intero arco di vita delle persone, non solo perché più accoglienti per tutti, ma anche perché possono prevenire i rischi di fragilità in vecchiaia, generando una minore domanda sanitaria.

Occorre, in sostanza, produrre una nuova offerta abitativa e urbana in grado mettere le persone in condizione di cercare e trovare autonomamente risposte efficaci ai propri bisogni, riducendo le barriere che i più diffusi modelli abitativi e di organizzazione urbana oggi propongono ai soggetti fragili, a causa dell’età o di altre disabilità. Si tratta, in sintesi, di fare dell’invecchiamento attivo il criterio di fondo in base al quale progettare le nuove abitazione e l’organizzazione di servizi sociali sapendo che ciò che va bene per gli anziani va bene per tutti i cittadini grandi e piccoli.

Claudio Falasca – Direttore di Abitare e Anziani

 

Claudio Falasca – Architetto, è direttore della associazione Abitare e Anziani e collaboratore dell’AUSER. Precedentemente libero professionista e docente, è stato Coordinatore dipartimento in CGIL Nazionale e Consigliere CNEL. Autore di numerose pubblicazioni, articoli, studi e ricerche: da ultimo “Il diritto di invecchiare a casa propria: problemi e prospettive delle domiciliarità -ed. Liberetà – 2018”.

 

[1] Per “qualità abitativa” si intende, come suggerisce l’OMS (Carta di Ottawa per la Promozione della Salute – OMS – Ginevra 1986), quell’insieme di condizioni che consentono una buona qualità di vita quotidiana nella propria abitazione e nell’ambiente circostante (quartiere – servizi) a prescindere delle “abilità” della persona.

[2] Abitare e Anziani (AeA) – http://www.abitareeanziani.it/chi-siamo/-  è una ’Associazione nazionale senza fini di lucro, promossa nel 1998 da Cgil, Spi, Auser, Fillea, Sunia, e le strutture nazionali delle cooperative di abitanti e quelle dei servizi sociali aderenti a Legacoop. La componente cooperativa ha abbandonato l’impegno nella associazione nel 2016. La missione della Associazione è il miglioramento delle le condizioni abitative degli anziani, in risposta al consistente processo di invecchiamento della popolazione e alla costante crescita del numero degli anziani soli.

[3] Tra i più recenti contributi di analisi si ricordano in particolare il secondo rapporto (2015) sulla condizione abitativa degli anziani che vivono in case di proprietà, la ricerca Auser “Domiciliarità e residenzialità per l’invecchiamento attivo” (2017), la ricerca Auser – Spi “Il diritto di invecchiare a casa propria: problemi e prospettive della domiciliarità” (2018, i seminari “Standard urbanistici e edilizi per l’invecchiamento attivo” (gennaio 2018) e “Nuovi modelli abitativi e welfare di prossimità” (luglio 2018)

[4] Per motivi di spazio si rinvia alla consultazione delle ricerche di AeA disponibili sul sito http://www.abitareeanziani.it/.

[5] Osservatorio Europeo del Social Housing – 2008 – “Anziani e casa nell’unione Europea – Lo studio analizza il rapporto tra invecchiamento della popolazione e condizione abitativa nei paesi dell’Unione Europea.

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