L’abitare collaborativo è longevità attiva: anche in Italia c’è bisogno di cohousing

Le società di tutto il mondo industrializzato, con le loro economie, verranno trasformate nei prossimi decenni dall’invecchiamento della popolazione. Il numero e la percentuale di anziani sta aumentando, infatti, ad un ritmo senza precedenti e i responsabili delle decisioni a tutti i livelli, non solo politici, devono tenere in considerazione l’impatto che ciò comporta sulla pianificazione e la progettazione. La domanda che ognuno si pone è: “Che tipo di esistenza posso aspettarmi di condurre a 60-70-80 anni e oltre, visto che l’aspettativa di vita è in costante aumento?”.

Il “Global Age Watch”, un osservatorio internazionale di recente costituzione, consente di dare risposta a questa e ad altre questioni pertinenti, grazie a un insieme di indicatori che esprimono la natura multidimensionale della qualità della vita e del benessere delle persone anziane, e che rendono possibile il confronto di 96 Paesi nel mondo secondo un ordine di rango <http://www.helpage.org/global-agewatch/&gt;: l’Italia è al 39° posto.

01 casa alla vela

Nel nostro Paese l’offerta pubblica dei servizi sociali ha finora obbedito alla filosofia del welfare state tradizionale, secondo cui a bisogni di tipo materiale si risponde con interventi sociali frammentati e prestazioni socio-sanitarie standardizzate, caratterizzati da discontinuità assistenziale. Il modello richiede oggi un mutamento sostanziale, di cui il cohousing si presta ad essere esempio di innovazione sia sul piano delle politiche pubbliche che su quello delle logiche economiche:

  • sul piano delle politiche pubbliche, le soluzioni di cohousing corrispondono al modello della welfare community, con una migliore integrazione tra mercato, istituzioni e società civile, il coinvolgimento di una vasta gamma di attori economici e sociali quali imprese, assicurazioni, fondazioni, terzo settore e governi locali, anche in partnership pubblico-privato, così da avviare nuovi percorsi di “Secondo welfare” che si affiancano al welfare tradizionale con programmi idonei ad integrarne le carenze;
  • sul piano delle logiche economiche, il cohousing, con l’enfasi che pone all’uso di risorse comuni, evidenzia l’affermarsi anche in Italia della “sharing economy”: una concezione di economia sostenibile che supera i modelli tradizionali di scambio e redistribuzione, e concepisce l’uso in condivisione di beni, servizi, spazio, tempo, informazioni e competenze, che grazie all’abitare collaborativo vengono “messi in filiera”.

Il senior cohousing, in particolare, si rivela espressione di un cambiamento paradigmatico dei servizi rivolti alla terza età, perché rovescia la logica di intervenire sui casi problematici quando si sono ormai manifestati e promuove azioni ex ante verso il disagio potenziale, in modo da ridurre i costi sociali e sanitari degli interventi indirizzati a problemi ormai conclamati. Il senior cohousing è in grado di produrre alcuni benefici ai diversi livelli di complessità individuale-relazionale, comunitario e sociale:

  • sul piano individuale, l’esperienza del senior cohousing pone l’anziano nella condizione di assumere responsabilità, aprirsi a nuove possibilità esistenziali e rinnovare il suo impegno verso la vita (life engagement), sottraendosi al ruolo passivo, spesso accompagnato da senso di sfiducia e di sconforto nell’affrontare i problemi quotidiani che sperimenta in caso di solitudine o di ricovero in RSA;
  • sul piano comunitario, la soluzione di senior cohousing rafforza la comunità in cui il cohouser è inserito, perché ne sostiene la coesione, rinsalda il sistema di relazioni che innervarono il territorio e promuove l’esercizio della cittadinanza attiva;
  • sul piano sociale, il senior cohousing è un intervento in grado di contenere i costi sociali, sanitari e abitativi perché non si aggiunge ai vari interventi di risposta che si succedono lungo il ciclo di vita della persona, ma semmai li sostituisce in un’ottica di medio-lungo periodo con soluzioni ispirate alla logica della partecipazione pubblico-privato (PPP).

Che il modello funzioni lo dimostra la “Casa alla Vela” di Trento, creata dalla cooperativa S.A.D. Qui, infatti, gli anziani fruiscono di beni condivisi e servizi autoprodotti, così che questa forma di abitare collaborativo realizza per loro alcuni risultati positivi:

  • genera una vera e propria “filiera innovativa di sostegno alla persona”, che limita il ricorso a coloro che in famiglia si prendono cura dell’anziano, in tempi in cui i caregivers diventano sempre meno numerosi, con una parte consistente dei nuclei familiari che si riduce ad una singola persona;
  • è una soluzione al problema della discontinuità assistenziale e alla frammentazione nell’offerta di servizi all’anziano che spesso può generare la “sindrome di burnout” nei caregivers;
  • promuove l’autonomia dell’anziano, così da arginare in modo sostanziale il fenomeno dell’isolamento e della fragilità di questa fascia di popolazione;
  • promuove il benessere psico-fisico rafforzando il senso di partecipazione ad una comunità (engagement);
  • conferisce un senso alla condizione esistenziale della vecchiaia (sensemaking).

03 casa alla velaMa la Casa alla Vela si qualifica per un elemento ulteriore di innovatività, poiché aggiunge al modello “senior cohousing” la componente intergenerazionale. Infatti, ospita anche giovani adulti offrendo loro l’opportunità di inserirsi per la prima volta nel mercato del lavoro svolgendo attività part-time remunerate secondo la prassi dei voucher sociali: fornendo prestazioni di supporto proprio agli ospiti anziani. Senz’altro il caso trentino è una best practice che, stimolando la solidarietà intergenerazionale, si presta ad essere replicata ovunque con benefici estesi ai vari componenti della piccola comunità che si crea attorno al cohousing. Per dirla con Charles Durret, il padre del cohousing americano: “Creating community, one neighborhood at a time”.

A cura di Cinzia Boniatti 

+ Info: http://www.espanet-italia.net/images/conferenza2014/sessioni/sessione_20b/Boniatti.pdf

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