LA QUALITA’ DELLA VITA NELL’INVECCHIARE: LIVELLI ESSENZIALI DI ASSISTENZA E…FELICITA’

In occasione dell’Anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni appena concluso, potrebbe essere utile riportare una riflessione sul tema dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA): su ciò che questi significano, non solo in termini di diritti, e sui risvolti pratici sui singoli, cittadini e le persone. Il 2013, nuovo Anno Europeo dei cittadini, ci invita a riflettere soprattutto su diritti e qualità della vita, ma analizzando i documenti sia di questo nuovo anno che di quello appena concluso, è chiaro che la questione della felicità, sia il vero grande motivo di continuità tra le iniziative dell’Unione Europea.

E la felicità cos’altro è se non uno stato d’animo positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri(Wikipedia)

Provare a mettere in relazione questi tre concetti per recuperarne un “unicum” sulla “persona” in una visione globale e unitaria della stessa può sembrare assurdo ma, forse non inutile, se non altro per tentare di semplificare alcuni ragionamenti di portata quotidiana per gli operatori del sistema salute  e gli schemi cognitivi che ne stanno alla base. E non sembri oziosa questa riflessione soprattutto nelle menti di chi quotidianamente si trova ad affrontare problematiche connesse con l’invecchiamento, con la disabilità spesso a esso collegata e con la perdita dell’autonomia personale che gradualmente colpisce la popolazione anziana., rendendola dipendente da altri, fino alla non autosufficienza. In questa visione speculativa, ma non troppo, il tema dei diritti di cittadinanza s’incontra inevitabilmente con i L.E.A.,  in quanto livelli essenziali di assistenza che lo stato deve garantire come diritto esigibile per sua natura.

Il Decreto legislativo 502 del 1992, infatti, all’art 1 “Tutela dl diritto alla salute, programmazione sanitaria e definizione dei livelli essenziali e uniformi di assistenza” ,al comma 2, afferma che  “Il Servizio sanitario nazionale assicura, attraverso le risorse finanziarie pubbliche individuate ai sensi del comma 3 e in coerenza con i principi e gli obiettivi indicati dagli articoli 1 e 2 della legge 23 dicembre 1978, n. 833, i livelli essenziali e uniformi di assistenza definiti del Piano sanitario nazionale nel rispetto dei principi della dignità della persona umana, del bisogno di salute, dell’equità nell’accesso all’assistenza, della qualità delle cure e della loro appropriatezza riguardo alle specifiche esigenze nonché dell’economicità nell’impiego delle risorse.

I Livelli essenziali di assistenza sanitaria sono stati definiti con il Decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 29 novembre 2001 “Definizione dei Livelli essenziali di assistenza” quali prestazioni e servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a garantire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di un ticket. Tra questi LEA, alcuni sono specificamente rivolti alle persone anziane, alle persone con disabilità e, in linea più generale alle persone così dette “fragili”. L’esigibilità di questi diritti (LEA) è dunque innegabile perché derivante da provvedimenti normativi fondati su diritti costituzionali, ma, sicuramente tale esigibilità deriva anche da un impegno morale assunto dagli stati del mondo a seguito della raccomandazione dell’OMS che impegna tutti gli stati membri a porre in essere una strategia globale della salute per tutti, riconoscendo nel benessere  psichico, fisico e sociale il presupposto per il diritto alla salute.  Lo stesso rapporto della Commissione Salute dell’Osservatorio europeo sui sistemi e politiche per la salute ha proposto la definizione di benessere come “lo stato emotivo, mentale, fisico, sociale e spirituale di ben-essere che consente alle persone di raggiungere e mantenere il loro potenziale nella società”. Ciò che è maggiormente sottolineato in questo rapporto è l’importanza che questi cinque elementi del benessere siano in armonico equilibrio tra loro nella persona per consentire a ciascun individuo continui percorsi di miglioramento del proprio benessere.

Naturalmente il concetto di benessere è in continua evoluzione: a partire dalla visione antica di “assenza di malattia” per arrivare all’attuale concetto di “buona salute” fisica, psichica e mentale e di una buona salute sociale. Il concetto di benessere richiamaun altro concetto: quello dei bisogni-necessità e dei desideri della singola persona che, secondo la nota piramide dello psicologo statunitense Maslow, trovano una scala di gradazione gerarchica non solo personalizzata ma anche graduata nel tempo a seconda della sua realizzazione, spesso legata alla evoluzione del suo stato  sociale.

Al di là delle critiche storiche rivolte a questa scala di identificazione che semplifica troppo i reali bisogni dell’uomo, la realizzazione dell’individuo passa sicuramente attraverso la soddisfazione di bisogni fisiologici (fame, sete, etc), bisogni di salvezza, sicurezza e protezione, bisogni di appartenenza, di stima, di prestigio e di successo sociale fino al raggiungimento di una consapevolezza piena di sé e di una precisa identità, che occupa una posizione soddisfacente nel proprio gruppo sociale. Si spera che, ciascun individuo, come persona, raggiunto questo stato di benessere, sia finalmente felice, salvo la ricerca di nuovi bisogni e la comparsa di ulteriori necessità, dovute ad una società eccessivamente consumistica, non vada perpetuando una continua ricerca di nuove felicità. Ma questo è un altro discorso. In questa visione ci sembra che il diritto alla salute individuale (LEA) corra di pari passo con il diritto al benessere, alla qualità della vita e quindi diritto alla felicità  della singola persona in qualsiasi stato e/o condizione essa si trovi. Non solo condizioni di vita e di lavoro sicure, stimolanti, soddisfacenti , ma condizioni di autonomia, quando persa, integrazione e inclusione, quando pregiudizi e stigmi consolidati si oppongono, risultano fondamentali per la garanzia di un’ equa distribuzione della salute, del benessere come qualità della vita e quindi della felicità delle persone.

Certamente la promozione di questi tre elementi: diritto alla salute (LEA), qualità della vita e felicità passano necessariamente attraverso:

  • nuove consapevolezze che devono essere acquisite sia da parte dei  decisori di alto livello politico-economico-sociale, sia da parte degli operatori sanitari e sociali che il loro lavoro di cura e assistenza debba essere inevitabilmente e necessariamente funzionale a questa promozione;
  • nuovi paradigmi cognitivi connessi alla cura e assistenza che traducano in prassi quotidiane questi concetti,
  • nuovi processi organizzativi da formulare  in ambito sanitario e sociale funzionali al raggiungimento di questi propositi.

La promozione della salute, del benessere e della felicità passa anche attraverso:

  • l’abbandono di vecchi stigmi e posizioni preconcette sulla vecchiaia, sulla disabilità, sulla non autosufficienza e sulle patologie di cui le persone sono cariche;
  • la combinazione di processi d’integrazione con processi di inclusione sociale di persone che il pensare comune ritiene  “svantaggiate” dalla vita e per la quale non bastano neanche gli abbandoni degli stigmi e pregiudizi, ma occorre
  • inventare e costruire nuove opportunità,
  • utilizzare nuove risorse,
  • combinare nuovi approcci sociali,
  • integrare nuove conoscenze e competenze e stimolarne altre nascoste.

Solo così potremo dire di aver utilizzato bene le opportunità offerte da questo 2012 che, al di là di terminare il 21 dicembre per profezie antiche e suggestive ma poco certe, è stato proclamato un anno di riflessione sull’invecchiamento attivo, felice, autonomo, protagonista nella vita sociale in una forte integrazione generazionale.

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2 pensieri riguardo “LA QUALITA’ DELLA VITA NELL’INVECCHIARE: LIVELLI ESSENZIALI DI ASSISTENZA E…FELICITA’

  1. Bellissime riflessioni quelle appena lette e mi congratulo per tutti coloro che hanno profuso impegno e passione nell’approccio ad un tema quanto mai urgente . Pensare all’invecchiamento come un periodo dell’esistenza non più nell’esclusione delle persone sane o malate ma nell’inclusione nella società e’ un compito difficile vista la crisi generale in cui si trovano le finanze degli stati europei. Se le risorse ci sono le famiglie non sono informate. L’anziano e/o malato tenuto per forza maggiore in casa dove i familiari con tutta la buona volontà si sentono soli e impotenti , spesso incapaci di rendere i loro cari felici,

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