Senior Cohousing pubblicate le linee guida nazionali

Le Linee guida nazionali in materia di senior cohousing e cohousing intergenerazionale, pubblicate all’inizio del 2026 in attuazione del D.Lgs. 29/2024, sono un documento atteso e per molti versi benvenuto. Per la prima volta in Italia, il cohousing viene riconosciuto come strumento di politica sociale a tutti gli effetti, con criteri, standard e una governance definita. Si tratta di una svolta attesa da tempo, e che merita, soprattutto nell’ottica della promozione di modelli abitativi alternativi ai tradizionali, una lettura critica.

cohousing vs housing sociale

Il documento distingue tre “categorie” di cohousing in base a chi promuove l’iniziativa. Accanto ai modelli cosiddetti dal basso (bottom-up), dove sono i futuri abitanti a costruire insieme il progetto, le linee guida includono a pieno titolo i modelli calati dall’alto (top-down): quelli in cui sono enti pubblici o privati a definire il progetto, selezionare i residenti e gestire le fasi operative. Qui sorge un problema tassonomico che non è solo terminologico.

Il cohousing nasce in Scandinavia negli anni Sessanta, come esperienza elettiva: sono le persone a scegliersi, a progettare insieme gli spazi, a costruire le regole della convivenza prima ancora di abitare insieme. È questa dimensione costituente che lo distingue dalle soluzioni abitative tradizionali, dall’housing sociale, dalle case protette, dai condomini con servizi. Se un comune o un ETS selezionano gli inquilini, definiscono le regole e gestiscono le fasi operative, quello è housing sociale con elementi comunitari, non cohousing in senso proprio. La differenza non è di forma, è di sostanza: chi decide, quando decide, e con quale potere.

Il rischio del rebrand, soprattutto nell’ambito delle soluzioni abitative per persone anziane, è concreto: utilizzare le risorse disponibili per finanziare modelli abitativi già esistenti come le RSA o case protette riformattate, chiamarle cohousing, e nel frattempo svuotare il termine del suo significato più autentico, quello di una comunità che si autodetermina. Con il risultato paradossale che le risorse pubbliche andrebbero a rafforzare esattamente il modello istituzionale che il cohousing nasce per superare.

Detto questo, sarebbe un errore leggere queste linee guida solo in quest’ottica. Per il movimento cohousing italiano avere un riconoscimento normativo è un’opportunità reale. Per la prima volta, chi vuole avviare un progetto autentico ha un quadro di riferimento ufficiale a cui appellarsi. Ci sono criteri di accesso, requisiti sugli spazi, indicazioni sulla governance partecipativa. C’è il riconoscimento esplicito che il cohousing è una risposta concreta all’isolamento sociale non desiderato degli anziani, un problema che in Italia necessita di strumenti e soluzioni urgenti.

Resta però un problema strutturale che le linee guida sfiorano senza affrontare davvero: per costruire un progetto di cohousing autentico, senior o intergenerazionale, servono tempo e spazio fisico. Un gruppo che si forma, si conosce, co-progetta e poi costruisce il proprio edificio ha bisogno di anni. E in città, dove la domanda è più alta e la solitudine degli anziani più acuta, i terreni disponibili sono pochi e costosi. Senza una disponibilità concreta delle amministrazioni pubbliche a cedere aree urbane, o a mettere a disposizione patrimonio immobiliare pubblico inutilizzato con tempi e condizioni compatibili con un processo bottom-up, il cohousing senior rischia di restare un fenomeno accessibile solo a chi ha già reti solide e risorse sufficienti.

Si apre quindi una vera e propria sfida culturale e politica: convincere le amministrazioni locali che cedere un terreno in diritto di superficie, o un edificio a un gruppo di cittadini che vuole costruire la propria comunità non è una rinuncia, ma un investimento sociale a lungo termine. Il movimento ha ora la possibilità, e la responsabilità, di presidiare questa definizione e di partecipare attivamente alle fasi applicative. Non per difendere un’etichetta, ma per proteggere un modello che funziona, che può davvero cambiare il modo in cui le persone scelgono di invecchiare.

Per chi volessere approfondire il modello Cohousing, consigliamo la lettura del libro a cura di Jacopo Gresleri, “Cohousing: esperienze internazionali di abitare condiviso” edito da Plug_in di cui potete trovare una presentazione a questo link

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.