Dobbiamo ripensare come e dove far vivere i nostri anziani. Intervista a Marc Trepat

Intervista a Marc Trepat, architetto e socio fondatore dello studio B\TA ARCHITECTS, studio con sede a Barcellona, specializzato in progetti di architettura per persone anziane. Intervista a cura di IMA SANCHÍS, pubblicata sul quotidiano LaVanguardia il 29/04/2020.

Siamo d’accordo con Trepat, non si tratta di criminalizzare nessuno per quello che è successo ai nostri anziani, ci sarà tempo per chiarire le responsabilità; però si può ragionare sul prodotto di questa società, sulla mancanza di valori: gli anziani non sono una residualità, né invecchiare deve essere terrificante. È urgente rivedere la scala delle priorità: le persone devono essere poste prima dell’economia. È tempo che tutte le discipline collaborino a ripensare che società desideriamo.

INTERVISTA

Ima: La prospettiva di finire in una residenza sembra triste …

Marc: Dobbiamo ripensare come e dove far vivere i nostri anziani.

Ima: Il coronavirus è stato la goccia ha fatto traboccare il vaso?

Marc: Da molto tempo il settore, sotto tutti i punti di vista, anche quello architettonico, lavora per cambiare il modello di assistenza agli anziani. Ora dobbiamo aggiungere all’equazione le pandemie infettive.

Ima: Perché non ci piacciono le residenze?

Marc: Fino ad ora, in Spagna, abbiamo progettato residenze come se fossero edifici ibridi tra hotel e ospedali, spazi terribilmente istituzionali e molto lontani da ciò che tutti intendiamo come casa. In molte residenze, gli anziani vivono ai margini della città e dei cittadini. È vero, spesso le residenze sono servite a ghettizzare i nostri anziani, obbligandoli ad abbandonare le loro case lasciando in questo modo i centri delle nostre città privi della loro fondamentale presenza.

Ima: Qual è l’alternativa?

Marc: Dobbiamo fare in modo che le persone non vivano “come in casa”, ma piuttosto “a casa”, anche se all’interno di un centro residenziale. Si tratta di adottare il modello architettonico applicato nei paesi dell’Europa settentrionale e centrale, basati sul principio dell’assistenza centrata sulla persona.

Ima: E come si applica?

Marc: Creando piccole unità di convivenza accoglienti, grandi come case, condivise da un numero relativamente piccolo di persone (tra 8 e 20) situate all’interno di una residenza, totalmente autonome l’una dall’altra e sotto la stessa gestione globale.

Ima: Ogni casa con la sua cucina, il suo soggiorno, le sue camere da letto…?

Marc: Sì. Le piccole unità facilitano notevolmente l’orientamento delle persone e riducono lo stress e la depressione, con la conseguente diminuzione della farmacologia, garantendo al contempo una maggiore soddisfazione dei lavoratori.

Ima: Non tutte le persone anziane hanno lo stesso livello di indipendenza.

Marc: Ognuna di queste unità è preparata per diversi profili di persone. È un modello molto più efficace di fronte a una nuova pandemia infettiva: abbiamo verificato che i casi di successo si sono avuti grazie  al confinamento degli operatori  con gli anziani o di piccoli gruppi con disinfezione di tutti coloro che sono entrati.

Ima: A 80 anni non vorrei che mi si rivolgesse come ad un bambino per dirmi cosa devo fare.

Marc: Sono fermamente convinto che le residenze debbano essere progettate con l’obiettivo di creare ambienti più domestici e lontani dagli ospedali. Ambienti che garantiscono il senso di appartenenza e il coinvolgimento (empowerment)  delle persone.

Ima: Penso che sia un desiderio di chiunque.

Marc: Quando una persona entra in una vecchia istituzione geriatrica, perde i suoi legami familiari e diventa dipendente perché il centro si occupa di tutto. Dobbiamo evitare l’istituzionalizzazione, la sua immagine e questa perdita di autonomia

Ima: Cosa facciamo con la solitudine?

Marc: È necessario trovare un modo per aprire le residenze ai quartieri, in modo che diverse generazioni di persone possano socializzare con gli anziani.

Ima: E come si ottiene questo aspetto?

Marc: Con edifici che non sono isolati e che dispongono di sale polivalenti che possono servire ai residenti del quartiere per riunirsi per celebrare eventi, prendere lezioni … Possono avere una sala bar che può essere pubblica oltre a servire la residenza, il giardino Può essere condiviso aggiungendo mobili per bambini.

Ima: Capisco.

Marc: La sala di fisioterapia può servire il quartiere, la cucina o la lavanderia … In questo stiamo lavorando con un gruppo di esperti di diversi settori (medici, psicologi, ingegneri, avvocati, gerontologi, dirigenti residenziali …) . E anche nel creare, aiutati dalla tecnologia, spazi più sicuri e più liberi.

Ima: Hai visto lavorare modelli simili?

Marc: Sì, ci sono alcune esperienze in corso, nella residenza Humanitas nei Paesi Bassi gli studenti vivono gratuitamente in cambio del tempo trascorso con i residenti. E a Santander c’è già una residenza con un asilo nido.

Ima: Ciò implica un cambiamento nella mentalità della società: fidarsi dei nostri anziani.

Marc: Per molti di loro, alcuni nonagenari, la cosa migliore di dove vivono è la presenza di studenti o bambini, li stimola e li aiuta a rimanere giovani.

Ima: Negli Stati Uniti creano complessi residenziali per anziani.

Marc: Appartamenti per persone senza dipendenze con molti spazi condivisi e con piccole unità per persone assistite e persino unità per persone con demenza.

Ima: Mi rimane il cohousing

Marc: L’autogestione del complesso da parte dei residenti è un modello che ha avuto molto successo nei paesi anglosassoni e mediterranei.

Ima: C’è spazio per tutti quei modelli.

Marc: Sì, in ogni caso si tratta di costruire residenze più umane, dove le persone vogliano andare perché sanno che la loro privacy e volontà saranno rispettate. Come architetti abbiamo molto da offrire. C’è bisogno e c’è un deficit di luoghi residenziali, impariamo dagli errori, facciamolo bene.

 

PROGETTO HORTA – BARCELLONA | B\TA ARCHITECTS

Le immagini a seguire mostrano una proposta dello studio B\TA  per un modello abitativo in cui convivono diverse formule residenziali per persone anziane. La presenza di diverse tipi abitativi consente di far convivere gli abitanti in funzione di interessi comuni e differente condizioni di salute. 

 

4 pensieri riguardo “Dobbiamo ripensare come e dove far vivere i nostri anziani. Intervista a Marc Trepat

  1. Penso che chi va in pensione al nord , dove solidarietà poca , inquinamento e clima non sono ideali , si dovrebbero creare dei corridoi per gruppi di amici anziani , per prospettare un trasferimento al sud dove abitazioni e personale non mancano , basterebbe mettere insieme gruppi di professionalità per L’ accoglienza

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