Censis: L’eccellenza sostenibile nel nuovo welfare

Una interessante ricerca dal titolo “L’eccellenza sostenibile nel nuovo welfare. Modelli di risposta top standard ai bisogni delle persone non autosufficienti[1]”, realizzata dal Censis in collaborazione con Fondazione Generali, ha recentemente fornito una esaustiva panoramica sullo stato di salute del welfare italiano e alcune preoccupanti proiezioni future. Tra i principali risultati emersi dall’indagine emerge che:

“il 65% dei giovani occupati dipendenti 25-34enni di oggi avrà una pensione sotto i mille euro, pur con avanzamenti di carriera medi assimilabili a quelli delle generazioni che li hanno preceduti, considerando l’abbassamento dei tassi di sostituzione. E la previsione riguarda i più «fortunati», cioè i 3,4 milioni di giovani oggi ben inseriti nel mercato del lavoro, con contratti standard. Poi ci sono 890.000 giovani 25-34enni autonomi o con contratti di collaborazione e quasi 2,3 milioni di Neet, che non studiano né lavorano. Se continua così, i giovani precari di oggi diventeranno gli anziani poveri di domani”.

D’altra parte, segue dalla ricerca:

a far paura non è l’invecchiamento, ma il rischio di perdere l’autonomia. Solo il 35% degli italiani ha paura di invecchiare: il 15% combatte gli effetti dell’invecchiamento e il 20% si rassegna. Il 65% invece non teme l’invecchiamento: perché lo considera un fatto naturale (53%) o perché pensa che invecchiando si migliora (12%). A far paura è la perdita di autonomia. Pensando alla propria vecchiaia, il 43% degli italiani giovani e adulti teme l’insorgere di malattie, il 41% la non autosufficienza“

Questa paura è effettivamente consolidata dai dati forniti dall’ISTAT relativi alle persone con limitazioni funzionali da cui si evince che:

la perdita di autonomia funzionale aumenta significativamente con l’avanzare dell’età: tra le persone di 70-74 anni la quota è pari al 9,3% e raggiunge il 43,2% tra le persone di 80 anni e più (32,5% per gli uomini e 49,1% per le donne)

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La maggiore preoccupazione che emerge dagli intervistati riguarda però il modello di assistenza agli anziani non autosufficienti:

Le badanti sono più di 700.000 (di cui 361.500 regolarmente registrate presso l’Inps con almeno un contributo versato nell’anno) e costano 9 miliardi di euro all’anno alle famiglie. Finora il modello ha funzionato, per il futuro però potrebbe non essere più un servizio low cost. Sono 120.000 le persone non autosufficienti che hanno dovuto rinunciare alla badante per ragioni economiche. Il 78% degli italiani pensa che sta crescendo la pressione delle badanti per avere stipendi più alti e maggiori tutele, con un conseguente rialzo dei costi a carico delle famiglie. Per tanti l’impegno economico diventa insostenibile: 333.000 famiglie hanno utilizzato tutti i risparmi per pagare l’assistenza a un anziano non autosufficiente, 190.000 famiglie hanno dovuto vendere l’abitazione (spesso la nuda proprietà) per trovare le risorse necessarie, 152.000 famiglie si sono indebitate per pagare l’assistenza. E sono oltre 909.000 le reti familiari che si «autotassano» per pagare l’assistenza del familiare non autosufficiente. E anche quando si ricorre alla badante, l’85% degli italiani sottolinea che è comunque necessario un massiccio impegno dei familiari per coprire giorni di riposo, festivi, ferie, ecc.

Il problema, ovviamente, non si limita esclusivamente alle carico economico derivante dalla tutela offerta dalle badanti, ma si estende anche sulle condizioni abitative:

sono 2,5 milioni gli anziani che vivono in abitazioni non adeguate alle loro condizioni di ridotta mobilità e che avrebbero bisogno di interventi per essere trasformate. E sono 1,1 milioni quelli che vivono in case inadeguate ma non adattabili alle esigenze di una persona anziana con problemi di mobilità

D’altra parte, l’unica soluzione alternativa che sembra esistere oggi sul mercato è rappresentata dalle residenze per anziani (case di riposo e simili) sembra non essere di particolare interesse per gli italiani:

sono ospiti di strutture residenziali 200.000 anziani non autosufficienti, mentre 2,5 milioni vivono in famiglia, in casa propria o di parenti. Le residenze per anziani oggi non hanno appeal perché sono solo parcheggi per vecchi che provocano malinconia. Ma 4,7 milioni di anziani sarebbero favorevoli ad andare in residenze se la loro qualità migliorasse

Se interrogati poi su come dovrebbero essere migliorate tali strutture, diventa quanto mai chiaro che sia fondamentale trovare delle soluzioni alternative a quanto presente oggi sul mercato residenziale destinato agli anziani.

il 55% degli intervistati infatti ritiene che una buona residenza per anziani deve garantire l’accesso rapido alle cure sanitarie e infermieristiche in caso di bisogno, per il 36% deve mostrare una sensibilità speciale per il lato umano degli ospiti, per il 27% deve favorire l’apertura verso l’esterno con attività alle quali possono accedere anche persone da fuori, per il 23% deve disporre di spazi comuni in cui realizzare attività ricreative che incoraggino le relazioni tra gli ospiti

Noi di Abitaresociale crediamo che sia quanto mai necessario che cittadini e tecnici lavorino insieme per trovare nuove soluzioni abitative che sappiano innovare rispetto alla visione statica che ha sempre caratterizzato la progettazione dell’abitare per persone anziane. Una possibile sperimentazione in questo senso è rappresentata dall’abitare condiviso e il co-housing, abitazioni in cui le persone possano non solo ridurre il proprio carico di lavoro e il proprio sforzo quotidiano attraverso la condivisione e l’aiuto reciproco, ma allo stesso tempo godere di luoghi in cui socializzare con persone diverse.

È necessario trovare nuove forme di partenariato tra pubblico, privato e terzo settore affinché tutte le persone dispongano di una casa, che consenta loro di invecchiare nel proprio contesto fisico e sociale, qualunque siano le proprie condizioni economiche, fisiche e sociali. Si tratta, in sintesi, di investire in maniera intelligente sulle nostre città per fare in modo che le persone anziane siano più felici, sane e in grado di partecipare e dare un contributo alla società.

+INFO

[1] Ricerca realizzata dal Censis in collaborazione con Fondazione Generali, che è stata presentata oggi a Padova da Francesco Maietta, Responsabile del settore Politiche sociali del Censis, e discussa da mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, Angelo Ferro, Presidente della Fondazione Opera Immacolata Concezione, Marco Imperiale, Direttore Generale della Fondazione con il Sud, Mario Strola, Segretario Generale della Fondazione Ferrero, Luca De Dominicis, Head Savings and Pensions Global Life di Assicurazioni Generali, e Giuseppe De Rita, Presidente del Censis

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