C’è una “fascia argento” di popolazione che reclama un invecchiamento attivo

Esistono oramai ragionevoli temi per argomentare che la qualità di vita e della salute nella terza età, in termini di indipendenza, benessere e integrazione alla comunità siano sempre più relazionati con la casa e il contesto fisico più prossimo nella misura in cui le persone invecchiano. Che l’ambiente in cui si vive possa facilitare oppure ostacolare il buon “funzionamento” della persona è infatti un dato accertato anche dagli organismi internazionali che si occupano della salute, in primis l’ OMS, che esprime tale relazione attraverso il Sistema Internazionale di classificazione delle persone e delle disabilità (I.C.F.).

Secondo il modello ICF il funzionamento di un individuo è dato da un’interazione complessa fra le condizioni di salute e diversi fattori, quali quelli ambientali e personali, secondo uno schema di tipo bidirezionale, in cui ogni elemento è in interazione dinamica con l’altro. La classificazione ICF consta di due parti: una relativa al funzionamento e alla disabilità e l’altra i fattori contestuali. La prima parte si riferisce agli aspetti considerati non problematici della salute (funzionamento) e a quelli delle limitazioni corporee (disabilità). La parte riguardante i fattori Contestuali si suddivide in Ambientali e Personali e indica il grado in cui un fattore ambientale può rappresentare un facilitatore, favorendone la performance, o una “barriera”, e quindi avere un effetto limitante.

La casa durante gli anni dell’invecchiamento assume proprio questo ruolo prioritario soprattutto perché la persona che invecchia attraversa progressivi momenti di fragilità personale e sociale. Le condizioni abitative in cui vivono le persone anziane però non sempre sono adeguate alle mutevoli esigenze dell’età (ne abbiamo parlato qui).

Il governo nazionale, attraverso il Piano Nazionale di Edilizia Abitativa – DPCM 16 luglio 2009, aveva già colto in parte queste emergente necessità individuando una “fascia grigia di popolazione” di cui facevano parte le categorie sociali che hanno un reddito troppo alto per accedere alle politiche abitative pubbliche – ormai in pericolo di estinzione – ma reddito troppo basso per accedere al libero mercato.

Si introduceva quindi come possibile risposta a tale necessità, il concetto di alloggio sociale come “l’unità immobiliare adibita a uso residenziale in locazione permanente che svolge la funzione di interesse generale, nella salvaguardia della coesione sociale, per ridurre il disagio abitativo di individui e nuclei familiari svantaggiati, che non sono in grado di accedere alla locazione di alloggi nel libero mercato”.

In quest’ottica l’housing sociale dovrebbe avere come principale finalità quella di sostenere iniziative abitative a canoni moderati socialmente orientate e indirizzate principalmente a giovani coppie, studenti, anziani, famiglie monoreddito, immigrati e altri soggetti in condizione di svantaggio sociale ed economico.

Esiste però, in relazione alle persone anziane, un gruppo di popolazione decisamente più consistente rispetto a quello individuato su parametri economici da parte del legislatore che sta esprimendo delle necessità di tipo abitativo e sociale che non trovano risposta (o ne trovano in forma sporadica) sia nel mercato privato che nell’offerta pubblica. Si tratta di una fascia di popolazione che potremmo definire “argento” (in coerenza con il settore di mercato emergente a cui far riferimento: la silver economy[1]).

Potremmo definire questo nuovo gruppo sociale in questo modo: la fascia di popolazione costituita da persone over65 le cui condizioni di salute non sono così gravi da ritenerle idonee per essere accolte in una residenzialità sanitaria o sociosanitaria ma che hanno, comunque, necessità di un aiuto esterno per poter continuare vivere una vita in autonoma.

Questa “fascia argento” esprime, inoltre, esigenze che vanno ben al di là rispetto al dato puramente economico (peraltro fondamentale) come: il mantenimento delle relazioni sociali, la conservazione di un ruolo sociale, e lo sviluppo di un invecchiamento in salute.

Ciò che questa grande fascia di popolazione sta esprimendo in sostanza è la possibilità di godere di un invecchiamento attivo ed essere accompagnata in una fase delicata della vita che porta con se non solo cambiamenti sotto il profilo fisico, ma anche sociale e relazionale (pensionamento, uscita definitiva dei figli dall’ambiente di famiglia, morte di un coniuge o abbandono della vita coniugale per separazione, etc.).

Trascorsi oramai 5 anni dall’anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà intergenerazionale (ne abbiamo parlato qui), crediamo sia quanto mai urgente promuovere la formazione di professionisti con nuove competenze legate all’invecchiamento attivo che sappiano gestire le necessità emergenti espresse dalla fascia “argento” .

 Pensiamo sia fondamentale inoltre promuovere un ri-orienamento dei professionisti che già si occupano di abitare (architetti, ingegneri) e di servizi sanitari e sociali: entrambi devono integrare scambiare le proprie competenze e le proprie attività ed acquisire nuove competenze specifiche rivolta all’ invecchiamento attivo.

Riteniamo infine necessario superare i modelli abitativi esistenti destinati agli anziani basati esclusivamente sulla cura. Le residenze assistite sono ancora le strutture più diffuse e stentano a decollare modelli basati più sull’ “abitare” per vivere che sul “risiedere” per essere curati. Perché abitare significa appropriarsi di spazi in autonomia e intimità nei quali riconoscersi, luoghi da cui partire e cui tornare dopo un’assenza. Risiedere esprime di più lo “stare” in luoghi dove si hanno pure interessi, ma poco hanno a che fare con la propria identità, autonomia e intimità e i servizi sono finalizzati alla cura e assistenza.

 Crediamo sia finalmente giunta l’ora di promuovere modelli di abitare collaborativo in cui si sposta l’ottica dalla cura e assistenza verso percorsi di vita sociale e di condivisione. Non più strutture residenziali prive di identità per le persone che le abitano ma luoghi dove si vive “come in casa” in ambienti familiari e collaborativi occupando spazi personali e intimi ma condividendo altri spazi comunitari.

[1] Insieme delle opportunità economiche esistenti ed emergenti associate alla crescente spesa pubblica e privata connessa all’invecchiamento della popolazione e alle esigenze specifiche della popolazione sopra i 50 anni.

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